L’Italia ha parlato, e anche questa volta il Tar del Lazio si è schierato dalla parte della ragione: la cannabis light non è droga, e la sospensione del decreto Schillaci lo dimostra. Per ora, le composizioni contenenti CBD (cannabidiolo) potranno continuare a essere vendute legalmente, senza assurde limitazioni, nei negozi di cannabis light. Questa è una buona notizia per tutti, ma soprattutto per le migliaia di imprenditori e lavoratori del settore, che da troppo tempo devono difendersi da un attacco governativo che sembra più mosso da ideologia che da ragioni concrete.
Il Decreto Schillaci e il solito “giro di vite”
Cosa voleva il governo con il decreto del 27 giugno? Equiparare la cannabis light e i prodotti a base di CBD alle sostanze stupefacenti. Un’iniziativa che avrebbe significato la morte commerciale del CBD, permettendo la vendita di olio e altre preparazioni solo in farmacia e previa prescrizione medica. Questo nonostante il CBD sia universalmente riconosciuto come privo di effetti psicoattivi e non dia dipendenza, a differenza del THC, il composto psicoattivo della cannabis. Insomma, un tentativo malcelato di riportare il CBD nelle mani del monopolio farmaceutico, che vede nei prodotti venduti nei negozi di cannabis light una concorrenza fin troppo diretta.
La risposta del Tar: “Non è droga”
I giudici amministrativi sono stati chiari e netti nel bocciare la linea governativa: il CBD non può essere trattato come una sostanza stupefacente, tanto più quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne riconosce la sicurezza. Il Tar ha sospeso il decreto in via cautelativa, accogliendo i ricorsi presentati dalle associazioni di categoria, in particolare da Imprenditori Canapa Italia (ICI) e da aziende come Sviluppo Srl. Non è la prima volta che il Tar interviene, ma è una conferma decisiva: già lo scorso settembre era stata accolta la richiesta di sospensione, ora confermata in attesa dell’udienza definitiva fissata per il 16 dicembre.
L’assurdità di un emendamento che punta alla repressione
Con il decreto sospeso, l’attacco non è certo finito. Il governo ha spinto per includere una stretta sulla cannabis light anche nel controverso Ddl Sicurezza, un testo che viaggia spedito verso l’approvazione e che, fra un giro di vite e un altro, si ostina a equiparare i prodotti a base di CBD e la cannabis light alla cannabis psicoattiva. Il risultato? Si rischia di criminalizzare un’intera industria. Associazioni e imprenditori si stanno mobilitando, perché sanno bene cosa c’è in gioco: un settore in forte crescita, che dà lavoro a oltre 15.000 persone, e che va dall’alimentare all’abbigliamento, fino a impieghi innovativi come quelli nell’edilizia sostenibile.
Gli interessi nascosti: chi ci guadagna?
Le associazioni di categoria denunciano da tempo che l’interesse dietro al decreto e al Ddl Sicurezza non riguarda né la salute pubblica né la sicurezza. Si tratta di affari. Prendiamo l’esempio dell’olio di CBD: il suo prezzo nei negozi di cannabis light è veramente irrisorio, come potete verificare nel nostro negozio online, mentre la stessa quantità venduta come farmaco può arrivare fino ai 2000 euro. Non è difficile capire a chi faccia comodo che il CBD sparisca dal libero mercato. E mentre il Tar prende posizione per difendere un settore economico vitale, il governo sembra voler assecondare interessi privati a scapito di migliaia di imprenditori e consumatori.
Una vittoria temporanea?
Con la sentenza del Tar, i negozi di cannabis light possono ancora respirare. Questa sospensione è un segnale importante per tutto il comparto: le norme sulla cannabis light non possono essere piegate a ideologie proibizioniste o agli interessi economici delle lobby. Ora, l’attesa è tutta per l’udienza del 16 dicembre, quando il Tar potrebbe mettere la parola “fine” a questa guerra assurda e confermare il diritto dei cittadini a una cannabis light legale e accessibile.
La speranza, oggi, è che la decisione finale sia una vittoria completa per il settore, per la libertà d’impresa e, in definitiva, per la libertà dei consumatori di scegliere prodotti sicuri e naturali, senza che il governo ci metta lo zampino.